Come Dio fa le cose per noi

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La Finca di Ushetu, Tanzania, 20 febraio 2018

In questa cronaca vorrei raccontare un breve episodio accaduto nel nostro dispensario parrocchiale.

Venerdì 17 febbraio, i medici hanno chiamato padre Jaime Martinez, per dare dei sacramenti a due bambini malati che si trovavano al dispensario. Non potendo però andarci lui, ci sono andato io.

Purtroppo qui arrivano molti bambini malati, e molti di loro ci arrivano quando le condizioni sono ormai critiche, perché i genitori li portano spesso quando il ricorso ad altri mezzi come stregoni, guaritori, o altro si è dimostrato inefficace. Allora non sempre l’intervento dei medici riesce a salvargli la vita.

Arrivato lì, ho visto che uno di questi bambini non era grave, ma un altro invece lo era. Aveva due anni, ed era arrivato il giorno prima. Il medico, vedendo che era in pericolo di vita, lo aveva battezzato d’urgenza con il nome di Paolo, e adesso la condizione si era pure aggravata.

Certamente essere presenti in questi momenti non è facile, ed anche leggere quanto è accaduto così come è stato risulta difficile, ma credo che sia giusto descrivere la realtà nei particolari.

Quando stavo per entrare nella stanza, vedendo il bambino da lontano il medico mi ha detto che la situazione era grave: aveva una forte crisi respiratoria ed era attualmente in grave pericolo di vita.

Così, entrando mi sono avvicinato al letto dove si trovava il bambino.

Seduta accanto a lui c’era la mamma e poco distante il papà. Il bambino respirava affannosamente, sollevando vistosamente il petto e muovendo la testa da una parte e dall’altra, come alla ricerca istintiva di aria che non riusciva a trovare. La mamma con una mano teneva il braccio del bambino e con l’altra reggeva il volto per evitare movimenti troppo violenti.

Il cuore della mamma doveva essere straziato. Mentre in lacrime guardava il figlio, forse volendo morire al suo posto, gli stava accanto, silenziosa e impotente. Anche il papà piangeva.

I genitori erano due ragazzi pagani. Ad Ushetu infatti ci sono delle aree nelle quali il vangelo non è arrivato, come nessun altro annuncio religioso, e la gente ha delle credenze animiste ereditate dalle tribù.

Così, con l’aiuto del medico (dott. Godi) che faceva da traduttore, mi sono presentato ai genitori come cristiano cattolico e gli ho chiesto se volevano che dessi un sacramento al bambino. Avendo l’intenzione di dargli l’Unzione degli Infermi, gli ho spiegato che con questo sacramento Dio avrebbe aiutato sicuramente l’anima del bambino e, se era sua volontà, avrebbe dato anche sollievo per la malattia; e loro hanno accettato.

Questo infatti è quello che ci insegna la Chiesa. Per esempio il Catechismo della Chiesa Cattolica, parlandoci di questo sacramento, ci dice: “questa assistenza del Signore attraverso la forza del suo Spirito vuole portare il malato alla guarigione dell’anima, ma anche a quella del corpo, se tale è la volontà di Dio” (n. 1520).

Ricordo che quando ero novizio, insieme ai miei compagni di noviziato, con Padre Ernesto Caparros, IVE, siamo andati a visitare un ragazzo in un ospedale di Roma. Ricoverato accanto a lui c’era un anziano che tossiva molto e padre Ernesto si era avvicinato a lui per dargli il sacramento dell’Unzione degli Infermi. Subito dopo che il padre gli ha dato il sacramento, il malato ha smesso di tossire, e quando noi abbiamo chiesto il motivo di ciò il padre ci ha parlato della grazia che Dio conferisce con questo sacramento.

Della forza di questo sacramento ne parlano molto i cappellani degli ospedali. Per esempio, il padre Giacomo Mucia, IVE, che quando era cappellano all’Ospedale di Ravenna ha amministrato più di 4000 unzioni degli infermi, racconta che in moltissimi casi ha visto miglioramenti nei malati.

Così ho iniziato il rito. Avevo intenzione di fare il rito lungo, ma vedendo le condizioni del bambino temevo di non riuscire a terminarlo, così ho accorciato il più possibile.

Anche i genitori hanno pregato insieme a noi. Il papà provò a farsi il segno della croce cercando di imitare il nostro gesto, ma non riuscì a farlo bene: segnandosi con la mano destra soltanto nello stomaco, ci fece capire che quella doveva essere la prima volta che pregava Gesù Cristo.

Così con l’aiuto della mamma ho applicato l’olio santo sulla fronte e sulle mani del bambino.

Un istante dopo che è stato conferito il sacramento, il bambino ha iniziato a respirare meglio, in modo più  sereno, riuscendo anche a dire qualche parola in dialetto.

Così, dicendo ai genitori, che avremmo dovuto continuare a pregare insieme Dio per il bambino siamo andati via.

Il giorno dopo dott. Godi ci informò che le condizioni del bambino erano migliorate ed era fuori pericolo di vita, e insieme siamo tornati a far visita a Paolo ed ai suoi genitori. Pensavamo di dirgli che si doveva ringraziare Dio perché aveva aiutato loro figlio, che Gesù Cristo è il vero Dio e invitarli ad essere cristiani.

Paolo adesso era sereno, disteso nel letto, con un po’ di sonno, ma quasi rimesso in salute.

Ai genitori abbiamo detto che eravamo venuti per pregare insieme Dio e ringraziarlo per aver dato la salute al bambino. Dopo la breve preghiera i genitori stessi, prevenendo il nostro invito ad abbracciare la fede cristiana ci hanno detto: “ieri abbiamo visto come Dio ha aiutato nostro figlio e vogliamo essere cristiani”.

Allora, con una brevissima catechesi, gli abbiamo detto che Gesù Cristo è Dio e ci ha detto che chi si battezza e segue i dieci comandamenti un giorno avrà un premio grandissimo in paradiso, invece chi si allontana da Dio commettendo peccati andrà all’inferno. E loro hanno ci detto che ritornando al loro villaggio avrebbero parlato con il catechista per iniziare la preparazione al battesimo.

Dunque questa cronaca vuole essere anche un invito a ringraziare Dio per tutto quello che fa per noi, per come Dio fa le cose per noi, perché grazie a Lui anche il dolore e la sofferenza sono stati redenti e, se noi vogliamo, concorrono al nostro bene spirituale.

Certo, in questo caso è stato facile vederlo: dopo un giorno di sofferenza è stata riacquistata la salute e trovata la fede che porterà al premio eterno. Se infatti questi due genitori saranno fedeli alla grazia che Dio ha dato loro in questo giorno, avranno il beneficio di conoscere la vera fede, di essere amici di Gesù Cristo, di avere una vita serena perché guidata dalle leggi di Dio che sono il bene per l’uomo, di educare bene i figli, e così godere la pace la pace eterna in paradiso.

Ma la fede in Gesù che è morto in croce per noi ed ha sofferto per noi ci da la certezza che Dio riesce sempre a prendere del bene anche dal dolore, anche quelle volte che non si comprende come faccia e per capire come questo sia possibile dobbiamo aspettare il giorno in cui saremo in paradiso dove ogni cosa ci sarà chiara.

Allora ringraziamo Dio anche perché qui ci sono molte conversioni. In un modo o nell’altro molti comprendono che quella Cristiana è la vera fede e quella Cattolica la Chiesa che Dio ha voluto. Dio si sta rivelando a molti per attrarli a sé e farli partecipi della sua felicità eterna.

Preghiamo anche e soprattutto per le vocazioni, perché Dio per salvare gli uomini vuole avere bisogno di vocazioni missionarie per dare la sua grazia tramite i sacramenti, farsi presente nell’Eucaristia, e farsi conoscere, dato che San Paolo ci ricorda che “la fede viene dall’udire” (Rm 10,17).

P. Orazio Cangialosi, IVE